Fuga dei cervelli, perché i talenti digitali vanno a lavorare all’estero

Sono sempre di più i “cervelli” italiani in fuga. L’Osservatorio JobPricing ha analizzato la proposta retributiva estera per i giovani talenti digitali rispetto a quella italiana.

Ma diamo uno sguardo al contesto. Anche in Italia, i profili Ict sono quelli più ricercati dalle imprese, che addirittura faticano a soddisfare per intero la ricerca giovani da inserire in azienda. Per il 2018-2020, ad esempio, si stima che il fabbisogno di queste figure oscilli tra 62 e 98mila persone, di cui solo in piccola parte legate a sostituzione di personale in uscita. Eppure, la retribuzione annua è inferiore alla media nazionale.

Solo nell'ultimo anno 123.193 italiani si sono trasferiti all’estero, di questi il 30% laureati. Nella maggior parte dei casi la meta è la Spagna e rarissimamente lo stipendio per la posizione ricoperta è più basso della media italiana per lo stesso settore.

"Bisogna senz'altro considerare che in alcuni Paesi esteri c'è un problema di costo della vita, per cui a un maggior stipendio possono corrispondere in realtà spese vive più pesanti che in Italia", spiega Paola Boromei, è Executive Vice President Human Resources & Organization di Snam.

Sulla relazione tra stipendi e incentivo di fuga all'estero, l'esperta ha le idee chiare. "La busta paga resta una delle prime richieste da parte dei candidati a queste professioni 'di frontiera'", spiega Boromei. "Ma ha una durata motivazionale inferiore all'anno. Poi subentrano altre priorità, a cominciare da un buon equilibrio tra vita privata e tempo di lavoro".

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