Prestiti tra privati, peer to peer lending: opportunità, ma anche rischi

Da un lato le politiche di erogazione del credito da parte delle banche che restano prudenti. Dall’altro il desiderio degli investitori di cercare nuove asset class, per i timori di sopravvalutazioni che riguardano sia l’ambito azionario, che quello obbligazionario. In mezzo, l’evoluzione tecnologica, che consente oggi di mettere in contatto persone geograficamente molto diverse tra loro, consentendo una convergenza su interessi comuni. È il mix di fattori che spiega l’importanza crescente del peer to peer lending, un filone di business che offre nuove opportunità, ma che merita di essere conosciuto da vicino per evitare possibili insidie.

Domanda e offerta si incontrano sul Web

La spinta maggiore arriva dal mutato atteggiamento delle banche rispetto al pre-crisi. Oggi c’è maggiore selezione delle richieste di finanziamento, un approccio che difficilmente tenderà a mutare negli anni a venire, in quanto legato non solo alle incertezze della congiuntura, ma anche alle nuove regole europee che richiedono elevati requisiti di capitale per gli istituti.

Di conseguenza, chi ha bisogno di prestiti è chiamato a guardarsi intorno. Soprattutto se ha bisogno di farsi finanziare in tempi più rapidi di quelli tipici del canale bancario.

L’offerta di prestiti tra privati si va sempre più arricchendo nel nostro Paese, con servizi che si differenziano per tipologia di target (c’è chi punta più sui privati e chi sulle Pmi) e di taglio dei finanziamenti (dai 2mila ai 100mila euro), ma presentano alcuni tratti comuni. In primis, il ruolo della piattaforma, che esamina il profilo di chi richiede il prestito e gli assegna una pagella in base all’affidabilità percepita. Quest’ultimo, al momento dell’iscrizione, è chiamato a fornire non solo le proprie generalità, ma anche indicazioni sulla sua storia creditizia passata, specificando ad esempio se ha ricevuto altri prestiti in passato e li ha puntualmente restituiti. Fatta salva la possibilità di chi gestisce la piattaforma di fare accertamenti in proprio. Quanto più sarà ritenuto affidabile, tanto più il prenditore potrà spuntare tassi convenienti sui prestiti (in genere si parte dal 4%).

La terza figura coinvolta è l’investitore, che può essere mosso dalla volontà di cercare un’alternativa alle asset class tradizionali o anche solo dal desiderio di diversificare per ridurre il rischio complessivo del suo portafoglio. Di solito le piattaforme prevedono che la somma messa a disposizione dall’investitore venga distribuita su una pluralità di finanziamenti, in modo da ridurre i rischi a suo carico.

Pro e contro

Tra i vantaggi di queste soluzioni, dette anche di social lending, vi sono la possibilità per il richiedente di ottenere prestiti in maniera più rapida rispetto ai canali tradizionali e senza offrire troppe garanzie, oltre alla prospettiva per l’investitore di spuntare rendimenti più elevati rispetto ai bond. Di contro, questi ultimi non sono del tutto al sicuro, dato che la controparte può sempre fallire.

Peraltro, c’è un ostacolo di tipo fiscale: mentre chi investe in Borsa o acquista un’obbligazione, è tenuto a versare allo Stato il 26% sugli eventuali guadagni (ma l’aliquota scende al 12, 5% per i titoli di Stato), la tassazione degli interessi nel p2p lending è legata al reddito del contribuente e corrispondente agli scaglioni dell’Irpef. Questo significa che l’imposta è vantaggiosa solo per chi nel corso dell’anno ha un reddito non superiore ai 15mila euro lordi, dato che dovrà pagare un’aliquota del 23%. In tutti gli altri casi, la fiscalità è penalizzante, arrivando al 43% dei guadagni per chi genera un reddito superiore ai 75mila euro.

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